Invisibili

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Nel riassunto delle puntate precedenti, a uso nostro (per non perdere la trebisonda) e di chi si sta aggregando e si aggregherà in corso d’opera al comitato “Anni in fuga”, eccoci arrivati all’ultima puntata. Dopo una prima fase di lavoro per lo più “culturale” e una seconda in cui abbiamo tentato, per ora senza riuscirci, di costruire forme di accoglienza ai profughi che coinvolgessero direttamente il territorio, eccoci al presente. Un presente confuso, contradditorio, pieno di incognite. A Nonantola, come dappertutto. Un presente che però lascia intravedere elementi inediti, sviluppi imprevisti. E l’imprevisto, se si guarda alla macchina dell’accoglienza, è già di per sé un elemento positivo. Pur non avendo ancora ben chiaro che cosa saremo in grado di mettere in piedi, sappiamo per certo quello che vogliamo evitare. Ovvero che a Nonantola l’accoglienza ai profughi si limiti al rispetto formale delle regole (regole la cui equità e razionalità è peraltro fortemente dubbia. E non perderemo occasioni di studiarle, analizzarle e metterle in discussione).

Certo il rispetto formale delle regole è la condizione minima necessaria per procedere. Ma se ci guardiamo intorno, se guardiamo ai problemi, ai conflitti, alla disgregazione che la cosiddetta accoglienza sta producendo un po’ dappertutto, è illusorio credere che il rispetto della forma sia una condizione sufficiente. Bisogna inventarsi qualcos’altro, sperimentare modelli diversi. Solo così si può sperare di individuare strade che vadano oltre alle attuali (ingiuste) leggi sull’immigrazione e alle attuali (irrazionali) pratiche che regolano l’accoglienza. Continua a leggere

Dentro alle contraddizioni. A che punto stiamo

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illustrazione di Alicia Baladan

Gli anni in cui viviamo, come dicevamo a proposito del nome del comitato, sono anni di grande confusione, di grandi contraddizioni, di grandi conflitti e non ci sono strade semplici o già tracciate che consentano di evitare confusione, contraddizioni e conflitti. Anche per questo il percorso di “Anni in fuga”, da quando è cominciato, è stato caratterizzato da accelerazioni, momenti di stallo, interruzioni e ripartenze. Un percorso accidentato e ambizioso che non sappiamo ancora dove ci porterà.

Nel riassunto delle puntate precedenti ci eravamo fermati alla prima fase, una fase per così dire culturale, di dissodamento del terreno, fatta di incontri pubblici organizzati allo scopo di raccogliere informazioni sui fenomeni delle migrazioni forzate e su quanto si genera, a livello giuridico, politico, culturale, “pedagogico” e sociale, nella relazione tra chi scappa e chi “accoglie”. Parallelamente l’obiettivo rimaneva quello di iniziare a immaginarsi forme di accoglienza che non escludessero il territorio (sarebbbe a dire la realtà) come quasi sempre avviene quando a occuparsi dei profughi sono soltanto le istituzioni e i grandi soggetti del terzo settore. Uno dei nodi centrali intorno a cui ruota il lavoro del comitato è proprio il rapporto tra “pubblico” e “terzo settore”, un rapporto che secondo noi va profondamente rivisto (per esempio nelle modalità di selezione delle organizzazioni chiamate a collaborare col pubblico, o nell’autonomia critica che tali organizzazioni hanno il dovere di mantenere, per svolgere realmente la loro tanto decantata funzione di “sussidiarietà”. Ma ci saranno altre occasioni per discuterne). Continua a leggere

Anni in fuga. A che punto stiamo

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Da quando abbiamo iniziato a interessarci e “agitarci” intorno alla questione dei profughi, come comunemente viene definita, sono passati quasi tre anni. Uno da quando abbiamo scelto la forma del comitato cittadino, che abbiamo chiamato “Anni in fuga”, come strumento per dare forma al nostro interesse e alla nostra “agitazione”. Nel frattempo sono iniziati ad arrivare a Nonantola piccoli gruppi di uomini e ragazzi che hanno chiesto protezione all’Italia e che sono stati inseriti in un programma di accoglienza, parola alquanto ambigua con cui definiamo il periodo che va dalla presentazione della domanda di asilo alla risposta, positiva o negativa, che le commissioni ministeriali danno a tale domanda. Anche per questo abbiamo deciso di formalizzare e definire meglio non tanto la struttura del comitato, che vogliamo mantenga al massimo grado i tratti della leggerezza, dell’apertura e dell’autogestione, quanto la sua organizzazione.

Ma per capire a che punto stiamo e il perché di questo giro di vite organizzativo è necessario fare un breve riassunto delle puntate precedenti, a uso soprattutto di coloro che si stanno aggregando in queste settimane al percorso di “Anni in fuga”. Continua a leggere

Bilanci e rilanci

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illustrazione di Fabian Negrin

Caro Comitato Anni in fuga,

i giorni si prestano a bilanci, consuntivi e possibili rilanci. Vorremmo aggiornarvi con un po’ di ironia e distacco sugli ultimi passi compiuti sul fronte dell’accoglienza (che parola sputtanata! Uno dei compiti che ci dovremmo dare è proprio quello di riempirla di nuovi e concreti significati) e invece sappiamo che scivoleremo nella seriosità e nell’enfasi da discorso di inizio anno. Portate pazienza e fate la tara della retorica inutile e tenete quello che vi sembra più concreto e necessario.

Dopo un anno e mezzo piuttosto intenso (fatto di numerosi e utili confronti con l’amministrazione, di incontri pubblici, cineforum, costruzione e consolidamento della rete cittadina, progettazione, informazione e sensibilizzazione) il lavoro del Comitato all’inizio di novembre ha subito una battuta d’arresto. In quei giorni infatti siamo venuti a sapere che la Provincia, insieme a molti comuni e unioni del territorio, ha deciso di partecipare a un bando Sprar per aumentare fino a 100 posti la sua portata di accoglienza a profughi e richiedenti asilo. La manifestazione di interesse pubblico con cui questa cordata (e quindi anche l’Unione del Sorbara e il Comune di Nonantola) ha deciso di selezionare l’ente che gestirà materialmente l’accoglienza, è scritta in modo tale che non solo taglia fuori completamente il contributo del Comitato Anni in fuga, ma va nella direzione opposta rispetto a quella che il percorso del Comitato e il confronto durato un anno e mezzo con l’amministrazione comunale hanno indicato come la strada migliore da perseguire: ovvero sperimentare forme di accoglienza che coinvolgano il più possibile il territorio e la comunità presso cui i profughi trascorreranno il tempo necessario a ottenere una risposta alla loro domanda d’asilo. È chiaro che il progetto della Provincia va ben oltre il raggio d’azione delle singole amministrazioni comunali che hanno deciso di aderire e della loro possibilità di orientarlo politicamente. La decisione di molti comuni della provincia, fra cui quello di Nonantola, di dare la disponibilità ad accogliere gruppi di profughi sul proprio territorio rimane una scelta apprezzabile e controcorrente (se paragonata alla resistenza della maggioranza dei comuni italiani). Ciò non toglie che la decisione dell’Unione del Sorbara e del Comune di Nonantola di aderire al progetto della Provincia e di aderirvi a quelle condizioni fa saltare l’obiettivo principale che il Comitato Anni in fuga si è dato: costruire un tavolo per scrivere a più mani, amministrazione pubblica e privato sociale, un progetto d’accoglienza che coinvolga tutte le forze vive del territorio.

Poche settimane dopo però la partita si è improvvisamente riaperta. Continua a leggere

Qualcuno che sente e reagisce

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7 giugno 2016. Incontriamo il clan Agesci “Carlo Carretto” di Nonantola, che sta facendo un percorso sulla “relazione d’aiuto”. Tema della serata: l’accoglienza. Nell’organizzazione scout, il clan è la comunità che raggruppa i giovani tra i 16 e i 20 anni circa.
Dato il tema, pensiamo sia utile, a loro e a noi, la testimonianza di tre ragazzi di Modena – Andrea, Paolo e Matteo, rispettivamente un dottorando in chimica, un giovane medico e un fisico medico – che da marzo di quest’anno, in maniera libera, informale, senza alcun “progetto educativo”, condividono l’appartamento con Ousmara Camara, un loro coetaneo proveniente dal Gambia.
Un gesto spontaneo, non troppo mediato (seppur in collaborazione con la Caritas diocesana di Modena). Un atto di apertura, curiosità e generosità nei confronti del mondo. Certo di fronte al sommovimento del mondo e alle reazioni impacciate, isteriche, quando non xenofobe dell’Europa, la curiosità e la generosità non sono sufficienti. E anzi, si possono fare errori madornali in nome della curiosità e della generosità. È bene ricordarlo, quando si parla di “relazione d’aiuto”.
Ma vivaddio che qualcuno ancora si guarda intorno, sente, pensa e reagisce! Il tiro si può quasi sempre aggiustare, gli errori quasi sempre riparare. Al contrario la prudenza, la paura e il sospetto non producono altro che prudenza, paura e sospetto. Continua a leggere

Al di qua e al di là della frontiera

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I numeri sono importanti, ma da soli non bastano per comprendere la crisi dei rifugiati. Né per comprendere né per reagire al problema che sta mandando in frantumi l’Europa.
Per decidere cosa fare, qui e ora, sia in termini di politiche migratorie sia in termini di pratiche di accoglienza non si può prescindere dal farsi un’idea di chi siano le persone che tentano di arrivare in Europa in fuga dai quattro angoli del mondo nè dalla ricostruzione di un quadro attendibile delle condizioni da cui fuggono. Un giovane profugo somalo incontrato qualche mese fa a Roma ha usato un’immagine efficace per spiegare la banalità di questa idea: se mi trovo nella foresta e vedo un uomo che scappa la prima cosa che l’istinto mi dovrebbe dire di fare è cercare di vedere da cosa sta scappando. Senza una conoscenza, pur vaga, dei paesi, dei governi, delle condizioni materiali che costringono i profughi alla fuga, qualsiasi tentativo di regolare con giustizia ed efficacia il loro arrivo in Europa, così come qualsiasi progetto di integrazione risultano abortiti in partenza.
Sono queste alcune delle ragioni che ci hanno spinto ad invitare Alessandro Leogrande a fare tappa a Nonantola, la sera del 28 maggio, per presentare La frontiera (Feltrinelli 2015). E sono queste, credo, alcune delle ragioni che hanno spinto lui a dedicare, dopo Il naufragio e dopo Uomini e caporali, anche l’ultimo lavoro di scrittura e inchiesta al Mediterraneo, faglia dove le tensioni e i conflitti del pezzo di mondo che scappa trovano un drammatico punto di rottura. Continua a leggere

Il mondo intorno a Nonantola

di Francesco Ciafaloni


IMG_3254Per il primo incontro di Anni in Fuga (il primo “passo”, come l’abbiamo chiamato) abbiamo chiesto a Francesco Ciafaloni qualche spunto sulla crisi dei rifugiati. E non poteva esserci persona più indicata e preziosa per questo “battesimo”.
Nato in Abruzzo nel 1937, Ciafaloni ha una biografia intellettuale molto libera e anomala. Laureato in ingegneria, ha lavorato all’Eni fino a pochi anni dopo l’assassinio del suo fondatore, Enrico Mattei. Dal 1970 al 1983 è stato redattore all’Einaudi. La sua partecipe curiosità l’ha portato a frequentare e interloquire con la parte più viva dei movimenti sociali e culturali di questi anni, soprattutto attraverso la collaborazione con riviste come “Quaderni piacentini”, “Linea d’ombra”, “Inchiesta” e oggi “Lo straniero”, “Gli asini”, “Una città” e “Sbilanciamoci!”.
Ha scritto, tra l’altro, Kant e i pastori (Linea d’ombra 1991), I diritti degli altri (Minimum Fax 1998), Il destino della classe operaia (Edizioni dell’Asino 2012), tutti consultabili alla scuola “Frisoun”, in piazza Liberazione 20, a Nonantola. L’immigrazione e il lavoro sono tra i temi di cui si è occupato più assiduamente, partecipando a iniziative di ricerca e di intervento sociale.
La sua intelligenza e libertà di sguardo sono pari alla sua appassionata generosità. Un maestro di passaggio a Nonantola. Ecco una sua sintesi dell’intervento. (Comitato Anni in fuga)

I profughi che sono arrivati a decine, centinaia di migliaia sulle isole greche dell’Egeo dalla vicinissima Turchia, che hanno provato a raggiungere la Germania attraverso i Balcani e sono ora bloccati dall’accordo tra la Turchia e l’Unione europea, come quelli che hanno raggiunto Lampedusa o le coste della penisola italiana dalla Libia, che sono morti a migliaia nel Mediterraneo, sono solo una piccola parte dei profughi che scappano dalla guerra e si rifugiano nel paese più vicino. I profughi della Siria fuggono in Turchia, in Libano, in Giordania. Quelli della Somalia in Kenya. Quelli del Rwanda in Uganda, in Congo. Sono ai confini degli stati in guerra che si formano campi profughi di centinaia di migliaia, a volte milioni, di persone. Continua a leggere