L’accoglienza a Nonantola e il ruolo della Caritas

di Federico Valenzano

Con questa sorta di lettera aperta il vice direttore della Caritas di Modena, Federico Valenzano, ha spiegato nelle scorse settimane il ruolo che la Caritas proverà a giocare nella partita dell’accoglienza a Nonantola. Un ruolo inedito che potrebbe aprire scenari interessanti.

Anselmo e Astolfo

Anselmo e Astolfo

 

La Caritas diocesana modenese ha deciso, su indicazioni di Caritas Italiana e delegazione regionale, di mettere testa, energie e risorse economiche per confrontarsi con la questione dei migranti, delle migrazioni forzate e dei rifugiati in modo strutturato. Avendo a cuore principalmente:

– la prevalente funzione pedagogica (della “pedagogia dei fatti”) per animare le comunità;
– l’azione di denuncia, che come diceva il Cardinale Ballestrero è anche’essa annuncio di Salvezza;
– la disponibilità a “prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare e festeggiare” come indicano i cinque verbi chiave ripresi dall’Evangelii Gaudium.

Concretamente a Nonantola e in altri territori la Caritas collabora alla gestione di alcune prime accoglienze, con modalità “Mare Nostrum”, del Ceis di Modena. Certamente la “Carta della buona accoglienza” (firmata dal Ministero dell’Interno, dall’Anci e dalla federazione delle cooperative sociali) deve rappresentare il livello minimo sotto il quale non scendere mai. Non può succedere che le 10 ore di italiano settimanali non siano garantite dal soggetto gestore; non può succedere che il soggetto gestore stipi le persone in luoghi non idonei; che non si occupi di integrarli nel territorio. Continua a leggere

Radici e sradicamento

Fam buga

Quando abbiamo saputo che Sandra e Ghena avevano preso la decisione di tentare fortuna in Germania e Sandra ci ha detto, con rammarico, ma senza recriminazione, che un altr’anno così non l’avrebbe retto, la prima cosa che mi è venuta da pensare è che c’è chi a Nonantola vorrebbe restare ma è costretto ad andarsene e chi da Nonantola vorrebbe andarsene ma è costretto a restare.

Tra gli oltre trenta giovani richiedenti asilo che la Prefettura ha piazzato a Nonantola a partire dalla scorsa estate, dubito ci sia qualcuno che, potendo scegliere, non andrebbe altrove. Magari per avvicinarsi ad amici e parenti. O anche solo per cercare un posto che offra maggiori opportunità a persone che fino a pochi mesi fa vivevano in megalopoli come Dacca o Lagos e nel giro di poche settimane si sono ritrovate nella canonica di Redù. Vorrebbero andare altrove, ma non possono. O meglio, potrebbero, ma dovrebbero gestire da soli il complicatissimo iter burocratico della richiesta d’asilo: praticamente impossibile. Continua a leggere

Perchè anni in fuga?

la fuggitiva

“La piccola fuggitiva”, di Franco Matticchio

Da dove viene il nome del comitato cittadino che a Nonantola, da un anno, si sforza di portare avanti un lavoro culturale e politico intorno ai temi delle migrazioni forzate, dei processi di integrazione, dell’incontro tra “stranieri”, dei conflitti che si creano tra persone che lasciano il proprio paese e i territori in cui vanno a vivere?

“Fuga” è una parola che può avere significati diversi, sia positivi che negativi.

Trasmette l’idea dell’ansia e della paura che prova chi ha un pericolo alle spalle che lo spinge a scappare via. Si fugge per mettere in salvo la propria vita e la vita dei propri cari. Si fugge a causa della guerra. Come gli sfollati che durante l’ultima guerra mondiale da Modena vennero ad abitare per molti mesi a Nonantola o nei paesi vicini per sfuggire ai bombardamenti e alla fame della città. O ancora come le migliaia di giovani “disertori” in età da militare che, negli stessi anni, lasciarono l’Italia per scappare in Argentina, Brasile o in qualche altro angolo del pianeta per sottrarsi alla coscrizione obbligatoria e allo scontro armato. O, con diversi tratti di somiglianza, come i giovani eritrei che da anni scappano – in un impressionante esodo che sta svuotando l’Eritrea di tutte le forze più giovani e produttive – dalla leva militare permanente cui li sottopone il regime che governa il paese. Si fugge dalla fame, dall’oppressione di regimi illiberali, da condizioni che, pur non mettendo in pericolo la sopravvivenza, non consentono una vita dignitosa e tranquilla.

Ma la stessa parola può avere anche un significato positivo, come quando si parla di un corridore o di un ciclista “in fuga”. In questo caso i sentimenti che evoca sono piuttosto di entusiasmo, di carica positiva, come quelli provati da atleta e pubblico prima di un traguardo. Continua a leggere

Profughi e migranti

di Stefano Liberti

Giornali, televisione e social sono fra i principali responsabili della difficoltà di interazione e integrazione tra italiani e stranieri. Rincorrono e amplificano paure e stereotipi, alimentano senso comune e ansie irrazionali. Non approfondiscono, non aiutano a comprendere. Codificano un pensiero-massa che è diventato l’unico bacino da cui le persone traggono argomenti di discussione. Una discussione che diventa immediatamente lagna, livore, accuse generiche, astratte e non circostanziate alla politica. Il contrario insomma della “critica”.
Non cerchiamo quindi nei giornali, nella televisione e nei social informazioni o analisi utili al nostro lavoro culturale e di integrazione, ma solo sintomi e indizi che confermino o al contrario che mettano in crisi le idee che andiamo costruendo nel nostro lavoro territoriale. Come ad esempio questo breve intervento di Stefano Liberti uscito su Internazionale online del 27 settembre 2016, sintomo di una “narrazione” che finalmente inizia a problematizzarsi e quindi ad aderire un po’ di più alla realtà. Condizione necessaria per inventare e sperimentare pratiche di integrazione meno alienanti di quelle che abbiamo messo in piedi sinora. (Comitato “Anni in fuga”)

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Hanno ragione i sindaci di Milano e Bergamo, Beppe Sala e Giorgio Gori: occorre uscire dalla dinamica emergenziale e ripensare in toto il sistema di gestione dei flussi migratori. Il fenomeno è strutturale e non può più essere affrontato con gli strumenti del passato: come sottolineano entrambi i primi cittadini nelle loro lettere a Repubblica (si possono leggere qui e qui), da paese di transito siamo diventati paese di destinazione. Questo non perché l’Italia offra condizioni particolarmente allettanti, ma perché gli altri stati membri dell’Unione europea hanno di fatto chiuso le frontiere.

Nel 2016 sono sbarcati già più di 130mila migranti. L’anno scorso ne sono arrivati 153mila. Si tratta di cifre gestibili per un paese che ha 60 milioni di abitanti e 5 milioni di immigrati. Ma lo diventano meno se la stragrande maggioranza di queste persone sono inserite in un meccanismo d’accoglienza che fa acqua da tutte le parti e non presenta alcun crisma di funzionalità. Continua a leggere

L’accoglienza, una nuova frontiera

di Guido Viale

Giornali, televisione e social sono fra i principali responsabili della difficoltà di interazione e integrazione tra italiani e stranieri. Rincorrono e amplificano paure e stereotipi, alimentano senso comune e ansie irrazionali. Non approfondiscono, non aiutano a comprendere. Codificano un pensiero-massa che è diventato l’unico bacino da cui le persone traggono argomenti di discussione. Una discussione che diventa immediatamente lagna, livore, accuse generiche, astratte e non circostanziate alla politica. Il contrario insomma della “critica”.
Non cerchiamo quindi nei giornali, nella televisione e nei social informazioni o analisi utili al nostro lavoro culturale e di integrazione, ma solo sintomi e indizi che confermino o al contrario che mettano in crisi le idee che andiamo costruendo nel nostro lavoro territoriale. (Comitato “Anni in fuga”)

Di seguito alcuni passaggi di un intervento di Guido Viale (uscito sul Manifesto del 24 agosto 2016) che, come fa da tempo, usa i problemi dei profughi come “lente di ingrandimento” per vedere meglio i nostri problemi, le loro cause e le lotte che varrebbe la pena intraprendere per superarli. 

cena

illustrazione di Dadu Shin

[…] Impossibile cambiar rotta senza sovvertire la visione del mondo che mette al centro i totem della competitività e del merito, sostituendola, a tutti i livelli, con pratiche, progetti e rivendicazioni improntate a solidarietà e collaborazione. Ma da dove cominciare? Da ciò che sta al centro dello scontro politico, sociale e culturale di oggi, quello da cui dipende il destino dell’Europa: l’accoglienza. […]

Certo, tutta la miseri a del mondo non possiamo accoglierla: va distribuita equamente per combatterla ovunque. Ma un po’ ne possiamo accogliere. E molta di quella miseria è già qui. L’abbiamo creata noi, senza bisogno di importarla: nei ghetti urbani, con la disoccupazione e il precariato, coni working poor, con le nuove povertà, nell’abbandono dei giovani.

Dobbiamo forse respingere altrove anche questa? E dove? E come? Non è che milioni di cittadini europei sono disoccupati o emarginati perché il loro posto, o il loro welfare, o le loro case vengono dati ai profughi. Continua a leggere

Detriti

di Francesco Ciafaloni

fortezza1

Ci aspettano tempi difficili. Forse l’unica cosa che si può fare è arrivare (un po’ più) preparati. Il testo che segue, scritto sull’onda degli accadimenti violenti di cui hanno dato notizia i media in queste settimane è di Francesco Ciafaloni, che abbiamo invitato a Nonantola per il battesimo di Anni in fuga. Uscirà sul prossimo numero della rivista forlivese “Una città”. (Comitato Anni in fuga)

Dopo la strage di Nizza, come dopo tutte le stragi precedenti, accanto al lutto e al dolore, più che dovuti, emerge da molti commenti la tendenza a individuare un nemico assoluto, esterno, malvagio, potente, infiltrato tra noi, da punire, da distruggere. L’assassino di Nizza, mentre se ne conoscono solo il nome, i problemi personali e familiari, i precedenti penali, diventa l’esponente di una potenza ideologica e militare contro cui schierarsi in armi. Noi, innocenti come le innocenti vittime, noi, con i nostri valori – libertà, uguaglianza, fraternità, naturalmente – contro loro, i fanatici, i violenti, gli intolleranti: una guerra della tolleranza contro l’intolleranza, è stato scritto. Continua a leggere

Come stranieri

Lo straniero

La rivista più bella e libera di questi anni ha deciso di chiudere.
“Lo straniero”, 20 anni e 200 numeri, ha fatto quello che si proponeva di fare: descrivere il presente desiderando di cambiarlo; segnalare il meglio delle iniziative sociali e culturali e collegarle tra loro; raccontare pezzi di Italia o pezzi del nostro passato meno conosciuti ma capaci di mostrare cosa avremmo potuto essere, come potremmo ancora essere; scoprire, studiare e proporre opere e autori realmente necessari; connettere la ricerca del bello a quella del bene.
Ai suoi lettori la rivista ha chiesto di intervenire non principalmente polemizzando, denunciando, scrivendo o partecipando a un dibattito pubblico che negli anni di pubblicazione si faceva via via più mortifero e inutile, ma cercando di mettere alla prova dei fatti le idee di cui si discuteva sulla rivista.
Molte delle cose più appassionanti che mi è capitato di fare, delle persone più libere che ho incontrato, dei libri e dei film più belli che ho letto e visto li devo direttamente o indirettamente a “Lo straniero” e al suo direttore Goffredo Fofi.
Quando “Lo straniero” non ci sarà più, si tratterà di trovare altri modi di dare seguito al suo “programma”. Per quanto mi riguarda, spero di riuscire a fare la mia parte.
Luigi Monti

Fratellanza o barbarie. Interviste a Aki Kaurismäki

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Estrapolate da varie interviste rilasciate in occasione dell’uscita di Miracolo a Le Havre, nel 2011, le affermazioni di Kaurismaki che abbiamo montato di seguito sembrano quelle di un predicatore fanatico impegnato a insegnare al prossimo come gira il mondo e come renderlo migliore. Ma il regista finlandese è molto lontano dal voler moralizzare il pubblico attraverso i suoi film. E comunque è necessario fare la tara dell’ironia laconica e sorniona di cui Kaurismaki si arma tutte le volte che deve confrontarsi con la stampa, i giornalisti e i media.
Ciò non toglie che l’eccentricità, la libertà di stile, l’utopia stralunata di Miracolo a Le Havre qualcosa da insegnare ad “Anni in fuga” e a Nonantola ce l’hanno eccome.

Da cosa è nata l’idea del film?
Prima di tutto ho visto troppi notiziari sugli emigranti dall’Africa metà dei quali affogano nel viaggio, mentre l’altra metà che riesce ad arrivare viene subito arrestata. Vengono arrestati perché non hanno i documenti o se li hanno vengono rispediti indietro e mi sono stancato di ricevere questo tipo di notizie quindi ho pensato che potevo fare un umile film su questo.
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