Anni in fuga: lo statuto

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Molto spesso gli statuti delle associazioni sono documenti noiosi, difficili da leggere per il linguaggio tecnico (o, piuttosto, pseudo tecnico) in cui sono scritti, documenti su cui si deposita in fretta la polvere o già polverosi quando vengono redatti. Questo in ragione del fatto che solitamente l’attenzione alla burocrazia prevale sull’attenzione al contenuto.

Noi abbiamo tentato di redigere il nostro statuto con l’idea di sfruttare questo spazio per comunicare, insieme agli scopi, agli obiettivi, alla struttura organizzativa del comitato, anche dei contenuti. Non solo relativi alle nostre idee sull’“accoglienza” a Nonantola, ma anche sul ruolo della società civile, sul lavoro culturale e sociale in questi anni di crisi. Nella convinzione che il percorso che descrive il nostro statuto possa essere di qualche utilità a gruppi, associazioni, attivisti che, magari in altri comuni di medie o piccole dimensioni, si stanno ponendo domande simili alle nostre o sono mossi da simili inquietudini.

 

STATUTO DEL COMITATO “ANNI IN FUGA”

 

  1. Da dove veniamo

“Anni in fuga” è un comitato cittadino costituito da uomini e donne che vivono o lavorano a Nonantola. Nasce nella primavera del 2016 intorno a un documento (vedi la “Manifestazione di interesse pubblico” allegata) che richiamava la centralità dei fenomeni migratori – dei conflitti e delle potenzialità di cui sono portatori – per la tenuta sociale del territorio e della comunità di Nonantola. E al tempo stesso invitava a non vedere il dialogo, il conflitto, l’interazione con le persone straniere, i cosiddetti “profughi” e i richiedenti asilo come scollegati dal più generale lavoro di integrazione e costruzione di comunità che riguarda tutti, donne e uomini, bambini e adulti, italiani e stranieri. Nella “manifestazione” si diceva, e rimane una delle convinzioni fondamentali del comitato, che l’arrivo, il passaggio o la permanenza di uomini e donne provenienti dai quattro angoli della terra costituisce un’ottima lente di ingrandimento per osservare più chiaramente problemi che in realtà toccano tutti – lavoro, casa, scuola, povertà, accesso ai servizi, sanità, mobilità pubblica – e che sforzarsi di costruire forme dignitose di convivenza e interazione con cittadini di origine straniera rappresenta un’occasione preziosa per rimettere in movimento cuori e intelligenze di fronte alla crisi (culturale ed economica) che attanaglia da tempo anche il territorio di Nonantola.

 

  1. Nonantola e l’accoglienza

Partiamo dal presupposto che le parole “accoglienza” e “integrazione” sarebbero da ridefinire completamente, cominciando col togliere quella patina di moralismo che tendono ad avere quando parliamo di “profughi”. Innanzitutto il comitato “Anni in fuga” intende sperimentare pratiche di “accoglienza e integrazione” non solo nei confronti degli immigrati, dei richiedenti asilo e dei rifugiati, ma anche delle persone che a Nonantola attraversano un periodo di fragilità e vulnerabilità, italiane o straniere che siano. Per “accoglienza” intendiamo la possibilità di costruire forme di convivenza con chi si trova in situazione di oppressione e marginalità e che magari è di cultura, tradizioni, abitudini, religione e lingua diversi. Una convivenza che contenga criteri di dignità, senso di realtà e accettazione del conflitto. Per “integrazione” non intendiamo la costrizione a diventare tutti uguali, ma quell’insieme di condizioni che consentano di ridurre al minimo situazioni di sradicamento, isolamento ed emarginazione.

In questo senso la tradizione dell’accoglienza nel nostro territorio ha radici antiche: fin dai primi secoli della sua fondazione il monastero benedettino di Nonantola accolse una grande quantità di “origini” diverse, come si evince da molti dei nomi delle persone che vissero lì o da lì passarono, nomi biblici, ma anche greci, longobardi, burgundi, franchi, provenienti presumibilmente da aree lombardo-venete, toscane, del meridione, galliche, occitaniche, pannoniche, del nord europea e persino orientali e africane. Inoltre la Charta dell’abate Gottescalco (1058) concesse l’attuale Tenimento della Partecipanza (oltre ai pieni diritti di libertà personale, cittadinanza e protezione contro abusi di funzionari) a tutti coloro che abitassero in Nonantola. Concessione che lascia intuire l’intenzione di attirare nuovi abitanti.

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Il più luminoso episodio di “accoglienza organizzata” che Nonantola ricordi, ma non l’unico, è quello dei “ragazzi di Villa Emma”, un gruppo di una settantina di giovani e bambini orfani di guerra e perseguitati dai regimi nazi-fascisti di mezza Europa, in fuga verso la Palestina e transitati per diversi mesi nel paese emiliano tra il 1942 e il ‘43.

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Villa Emma nei mesi in cui ha accolto i ragazzi in fuga dall’Europa nazista

In una cornice e con uno spirito molto diverso, nel 2011 Nonantola ha accolto per un paio di anni sul suo territorio 11 uomini e donne di origine nigeriana inseriti nella macchina della cosiddetta Emergenza Nord Africa, scappati tutti dai territori interessati dalle “primavere arabe”.

Nel frattempo tutto, nel mondo, ha subito un’enorme accelerazione. Nel corso del 2014 i processi di disintegrazione sociale e statuale di regioni sempre più estese del pianeta hanno portato il numero degli sfollati nel mondo a quota 50milioni, lo stesso numero di profughi che c’era alla fine della seconda guerra mondiale. Da allora a oggi sono aumentati di altri 15milioni. È inevitabile che una cornice di questo tipo non abbia conseguenze significative anche per l’Italia e per Nonantola.

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profughi lungo la rotta balcanica

 

  1. Oggi

Nonantola, un territorio che non è mai stato stabilmente meta di profughi e rifugiati, dalla scorsa estate ha iniziato a ricevere piccoli gruppi di richiedenti asilo nell’ambito delle attuali norme (sempre emergenziali, spesso irrazionali) che in Europa e in Italia regolano l’asilo. E se le cose non cambieranno, l’arrivo e la permanenza di queste persone sarà costante o destinato ad aumentare anche nei prossimi anni.

Per questo il comitato “Anni in fuga” tenta di dare un giro di vite alle sue attività formalizzando la propria struttura – senza perdere la sua dimensione di spontaneità, apertura e autonomia – al fine di partecipare più attivamente ai percorsi di “accoglienza” che stanno interessando Nonantola e i territori limitrofi.

 

  1. Obiettivi generali

Molti di noi lavorano all’interno delle istituzioni o nell’ambito dell’associazionismo. Molti di noi patiscono l’avanzare, anche all’interno delle proprie organizzazioni, dei due principali problemi che oggi caratterizzano il “sociale”: da una parte la tendenza alla burocratizzazione, alla spersonalizzazione e all’istituzionalizzazione del sistema pubblico di assistenza, cura, istruzione ed educazione, dall’altra la mancanza di organizzazione, senso critico, consapevolezza politica a fianco degli slanci, pur generosi, del mondo dell’associazionismo e del volontariato di cui facciamo parte. Il comitato “Anni in fuga” nasce principalmente per affrontare questi due nodi, per portarli a galla, per proporre qualche alternativa.

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giugno 2016, incontro con il clan Agesci

  1. Scopi specifici

Nello specifico, il comitato “Anni in fuga” ha tra i suoi scopi principali:

  1. promuovere incontri di approfondimento sul sommovimento che in questi anni interessa una vasta parte del mondo, sulle condizioni dei viaggi e dei paesi delle persone costrette a lasciare la propria casa, sulle norme che regolano l’arrivo e la loro permanenza in Italia, sulle dinamiche e i conflitti che si generano nell’incontro tra chi scappa e chi accoglie, sulla cultura, la religione, le abitudini delle persone di origine straniera che arrivano a Nonantola. Ma anche sui temi delle nuove povertà, delle politiche di welfare, delle teorie e delle pratiche del lavoro sociale, del lavoro di comunità;
  2. perlustrare nuove modalità di collaborazione tra le istituzioni e il territorio che superino sia la delega in bianco al privato sociale (attraverso l’appalto ai servizi) sia interventi spontanei e volontaristici da parte delle minoranze più attive, nella direzione di un lavoro di comunità, improntato all’intelligenza, alla critica, al piacere della sfida e al senso di giustizia;
  3. partecipare a tavoli di lavoro con le organizzazioni, pubbliche e del privato sociale, che si occupano dell’accoglienza;
  4. dove le condizioni lo consentiranno, promuovere o sottoscrivere protocolli d’intesa con gli altri soggetti impegnati nell’accoglienza per tentare di consentire un’alta partecipazione della comunità nei percorsi di integrazione;
  5. creare occasioni di incontro, socializzazione e intrecci con il territorio, con le persone che ci vivono, le associazioni e i gruppi che ci lavorano, le persone inserite in un programma di accoglienza e chi si occupa di loro;
  6. sperimentare nuove forme di accoglienza e integrazione rivolte sia ai cosiddetti “profughi”, sia alle persone in condizione di fragilità, italiani e stranieri, che vivono nel nostro territorio;
  7. creare le condizioni perché le persone in situazione di fragilità e gli stranieri inseriti nell’iter della richiesta di asilo con le quali entriamo in relazione siano attivi, consapevoli, informati, e non beneficiari passivi e assistenzializzati di interventi diretti da altri;
  8. presidiare il rispetto delle condizioni minime e il buon senso degli interventi diretti alle persone in accoglienza;
  9. coinvolgere enti e istituzioni, associazioni di categoria, sindacati, aziende, artigiani, il tessuto produttivo nonantolano e tutti quei soggetti fondamentali a un buon processo di reale integrazione.

 

  1. Metodo

Chiunque abbia mente desta e cuore vigile ammette la difficoltà che i territori hanno in questo momento a “fare società” e a integrare le persone più fragili e vulnerabili. Servizi sociali, associazioni di volontariato e tutti coloro che fanno un lavoro educativo, sociale o che implica la relazione di aiuto, di fronte ad alcune situazioni di emarginazione e di povertà, economica o culturale, si accorgono di avere le armi spuntate, di non poter offrire alternative concrete ai propri assistiti. Situazioni dovute all’impoverimento, alla mancanza di lavoro, alla crisi dei nostri sistemi assistenziali e allo sradicamento che le comunità vivono, indipendentemente dalla presenza di persone di origine straniera.

Il comitato “Anni in fuga” non vuole né saprebbe proporre “soluzioni di sistema” alla povertà crescente, ma ha una convinzione profonda: che il lavoro di comunità sia il grande assente del lavoro sociale e culturale di questi anni. E, senza un reale lavoro di comunità, nessuna situazione di povertà, fragilità, “disintegrazione sociale” può avere qualche chance di essere superata.

Per “lavoro di comunità” non intendiamo una categoria vaga, romantica, sinonimo di bontà e slanci solidaristici. Intendiamo qualcosa di più specifico e concreto, con una sua storia alle spalle (che è anche la storia delle origini del servizio sociale italiano). Tutte le sperimentazioni che “Anni in fuga” cercherà di mettere in piedi rappresentano un tentativo di riscoprire e aggiornare quella storia.

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febbraio 2017, incontro con Bruno Segre

  1. Struttura organizzativa

La struttura organizzativa è pensata (e si evolverà) per consentire una certa snellezza negli interventi e nelle decisioni da prendere, senza ingessare le forze vive che incontreremo. Al tempo stesso un minimo di organizzazione è necessaria per la complessità delle situazioni che dovremo affrontare. Questi gli elementi strutturali che definiscono il comitato.

7.1 Il comitato è formato dalle persone e dalle associazioni che vi aderiscono, indicate in un apposito registro degli aderenti.

7.2 Per aderire ed essere iscritti al comitato è necessario e sufficiente condividere e sottoscrivere il presente statuto e la “manifestazione di interesse pubblico” allegata.

7.3 Il comitato, appositamente convocato, a maggioranza dei convenuti iscritti, nomina un “gruppo di coordinamento” di massimo 7 persone con le seguenti funzioni:

  • rappresentare il comitato all’esterno;
  • coordinare le attività operative;
  • informare e tenere aggiornati tutti gli iscritti.

7.3.1 Ciascun membro del gruppo di coordinamento svolge il suo incarico in modo imparziale ed equilibrato con un impegno esclusivo, indipendente e spassionato in vista degli scopi e degli obiettivi enunciati in questo statuto. A tale fine si impegna a segnalare tempestivamente situazioni che possano costituire un conflitto di interessi. Al momento della candidatura dei membri del gruppo di coordinamento e durante tutta la durata del loro incarico, il comitato discute ogni ipotesi di conflitto di interessi personali o professionali riguardanti aspetti economici o in generale in contrasto con l’imparzialità richiesta da tale responsabilità, valuta attentamente se l’incompatibilità è reale e adotta le scelte che ritiene, caso per caso, più opportune.

7.3.2 Il gruppo di coordinamento viene rinominato con decorrenza annuale.

7.3.3 Il gruppo di coordinamento garantisce che il comitato venga convocato almeno una volta al mese per le attività operative e lo scambio di informazioni, salvo mantenere una frequenza di incontri anche più alta quando la situazione lo richiede. A questi incontri, oltre al gruppo di coordinamento, può partecipare ed è bene che partecipi, qualsiasi aderente al comitato e tutti coloro che desiderano avvicinarsi alle sue attività.

7.3.4 Su questioni strettamente operative, il gruppo di coordinamento è autorizzato dagli aderenti a prendere decisioni senza convocare riunioni apposite, garantendo in ogni caso la comunicazione e l’aggiornamento agli aderenti, attraverso email.

7.4 Ogni qual volta il comitato sarà chiamato a esprimersi su questioni importanti o che toccano aspetti fondativi e valoriali, si darà comunicazione agli aderenti e l’argomento verrà affrontato, discusso e deciso alla prima riunione convocata.

Questo tipo di decisioni saranno prese in sede di riunione con il voto della maggioranza degli aderenti presenti.

7.5 Le riunioni del comitato sono guidate dallo sforzo comune di rimanere centrati sul compito, di affrontare gli argomenti all’ordine del giorno e di prendere le decisioni considerate importanti. Un “guardiano del tempo”, che turna di riunione in riunione, si assumerà il compito di controllare che ai vari punti all’ordine del giorno non sia dato altro tempo oltre a quello precedentemente stabilito, a meno che l’assemblea, all’unanimità, non decida diversamente.

7.6 Il comitato si avvarrà di vari strumenti – newsletter, blog, mailing list… – per tenere il più possibile aggiornati e informati i suoi aderenti. Pur sfruttando le possibilità offerte dalla rete, ci consideriamo però una comunità di persone vive che manterranno la relazione principalmente sul piano di una comunicazione diretta, in carne e ossa e conviviale.

Nonantola, settembre 2017

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bambini che corrono in Partecipanza

 

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Un pensiero su “Anni in fuga: lo statuto

  1. Cari, mi piace molto questo vostro statuto, che si scrolla di dosso il linguaggio burocratico e va dritto al punto, come sempre fate nel vostro lavoro. Mi sembra che il lavoro che state portando avanti, di cui questo documento è anche manifesto, sia una delle cose luminose di questo presente cos’ difficile da decifrare e, talvolta, perfino da vivere. In particolare, in un momento in cui non si fa che parlare di rifugiati e i convegni sl tema si moltiplicano in potenza (almeno qui a Milano), spostare con chiarezza l’asse sul lavoro di comunità (di cui tutti si parla, ma ben in pochi si fa davvero) mi pare essenziale e giusto. Non sempre è facile far scendere anche nei documenti il significato profondo delle pratiche che si portano avanti, e che continuamente si arricchiscono di incontri, nuovi saperi, nuovi linguaggi. Qui vi siete riusciti.

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