Qualcuno che sente e reagisce

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7 giugno 2016. Incontriamo il clan Agesci “Carlo Carretto” di Nonantola, che sta facendo un percorso sulla “relazione d’aiuto”. Tema della serata: l’accoglienza. Nell’organizzazione scout, il clan è la comunità che raggruppa i giovani tra i 16 e i 20 anni circa.
Dato il tema, pensiamo sia utile, a loro e a noi, la testimonianza di tre ragazzi di Modena – Andrea, Paolo e Matteo, rispettivamente un dottorando in chimica, un giovane medico e un fisico medico – che da marzo di quest’anno, in maniera libera, informale, senza alcun “progetto educativo”, condividono l’appartamento con Ousmara Camara, un loro coetaneo proveniente dal Gambia.
Un gesto spontaneo, non troppo mediato (seppur in collaborazione con la Caritas diocesana di Modena). Un atto di apertura, curiosità e generosità nei confronti del mondo. Certo di fronte al sommovimento del mondo e alle reazioni impacciate, isteriche, quando non xenofobe dell’Europa, la curiosità e la generosità non sono sufficienti. E anzi, si possono fare errori madornali in nome della curiosità e della generosità. È bene ricordarlo, quando si parla di “relazione d’aiuto”.
Ma vivaddio che qualcuno ancora si guarda intorno, sente, pensa e reagisce! Il tiro si può quasi sempre aggiustare, gli errori quasi sempre riparare. Al contrario la prudenza, la paura e il sospetto non producono altro che prudenza, paura e sospetto.

Prima di lasciare la parola a Camara, Pavlein, che è stato invitato dagli scout a “mediare” la serata, condivide con i ragazzi del clan alcuni dati e alcuni numeri che fotografano l’attuale situazione dei rifugiati, degli esuli e degli sfollati nel mondo. Sono i dati su cui abbiamo ragionato al “passo 1” di Anni in fuga.

In questo quadro generale la storia di Camara è irriducibile alle altre migliaia, milioni di storie di uomini e donne che scappano dai quattro angoli della terra. Ma al tempo stesso contiene alcuni tratti di somiglianza.
Fame di vita e oppressione, come nella maggior parte dei casi, si confondono. Il viaggio che lo conduce in Europa dura tre anni e non coincide, come spesso le cronache dei giornali lasciano intendere, solo con l’attraversamento del Mediterraneo.
Camara fugge dal Gambia nell’aprile del 2010, dopo l’arresto e le violenze subite dalla polizia e dai rappresentanti del governo per la sua militanza in un partito d’opposizione, lo UDP (United Democratic Party). Ma il suo viaggio comincia molto prima, quando ancora ragazzino lascia la sua città d’origine, per trasferirsi a Farafenni, una delle principali città del paese. Lo ospita, allevandolo come un figlio, un vecchio amico di famiglia, Moro Cissè. Il suo sogno è terminare gli studi e iscriversi a un corso di giornalismo.
Nel 2006, sotto l’influenza di Cissè, Camara si avvicina all’UDP, il partito che si oppone al regime di Yahya Jammeh, il dittatore che dal golpe del 1994 detiene brutalmente il potere politico e militare.
E così niente studi, niente giornalismo. Durante uno scontro con un gruppo di attivisti filogovernativi viene arrestato e pestato a sangue. Rimesso temporaneamente in libertà, decide di fuggire. Non ha un programma di viaggio preciso, né una meta definita. Fa tappa a Bamako, in Senegal, dove vivono la nonna e una delle sorelle. Ma anche lì non si sente al sicuro. Decide così di rimettersi in cammino e raggiunge Agadez, in Niger, dove rimane un anno per racimolare i soldi necessari a proseguire il viaggio. Da Agadez, attraverso il Sahara, arriva a Sebha, nel centro della Libia, e poi a Tripoli. Trova un paese al collasso, messo in ginocchio dal regime di Gheddafi e dalle bombe anglo-francesi che nel 2011, sotto il benestare dell’Onu, hanno raso al suolo pezzi di città, infrastrutture e tessuto sociale. Il lavoro (nero) non manca, ma lo sfruttamento e la violenza nei confronti degli immigrati subsahariani, non consente di mettere radici, né di trovare pace.
Il 13 agosto del 2013, dopo aver pagato 600 dollari, si imbarca su un gommone che trasporta altre 70 persone. Dopo un giorno e mezzo di navigazione nel Mediterraneo, il gommone viene intercettato da una nave della Marina italiana e il suo carico umano trasportato in Sicilia.

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Questo per quanto riguarda la parte del viaggio che precede “la frontiera”. È su questa parte che la Commissione territoriale per richiedenti asilo che ha interrogato Camara deve valutare se il suo racconto è veritiero o no, se la sua richiesta di protezione è giustificata o no. Se Camara è un “profugo” o semplicemente un “migrante economico”. Nel primo caso avrà un permesso di soggiorno (di durata variabile) nel secondo non potrà rimanere legalmente nel nostro paese.
È a questo punto del viaggio, dopo un primo periodo di accoglienza nello Sprar di Modena e dopo un soggiorno prolungato nelle campagne del meridione come bracciante agricolo, che Camara incontra, lo scorso marzo, Andrea, Paolo e Matteo. In attesa della risposta della Commissione, Camara ha bisogno di un tetto; i tre ragazzi italiani hanno una camera in più. E così con molta naturalezza i quattro sperimentano una convivenza che, pur non avendo nessun esplicito intento “salvifico” e educativo, in realtà sta formando molto tutti e quattro.
Può essere quella sperimentata dai quattro ragazzi una risposta per i 100mila profughi in accoglienza in questo momento in Italia? Evidentemente non per tutti (ma per diverse migliaia, perché no?). Ma in un momento in cui le istituzioni di mezza Europa sono incapaci di reagire al flusso di esuli e sfollati che premono alle porte d’Europa o, quando reagiscono, creano le condizioni per uno sradicamento che contagia sia chi scappa che chi accoglie, la reattività di questi ragazzi come di ampie fette delle società civile, lascia ben sperare. Ormai è chiaro: dopo i respingimenti, i fili spintati, la sospensione di Schengen, gli accordi con la Turchia, è solo grazie alle testimonianze di chi  ha incontrato personalmente il “pezzo di mondo che scappa” e alle impressioni che ne ha riportato che possiamo sperare di restituire intelligenza all’azione politica, di esercitare qualche pressione efficace, di influenzare le decisioni delle istituzioni e dei governi europei. Non per spirito caritatevole. Non si tratta di opporre la “buona” società civile alle “cattive” istituzioni, ma di aprire gli occhi, usare il buon senso, accettare la sfida, sperimentare alternative. Dentro e fuori le istituzioni.
Anche per Camara l’ospitalità garantita dai tre ragazzi di Modena non può essere la soluzione definitiva, prima di tutto perché a ottobre il contratto d’affitto scadrà e due dei ragazzi andranno a vivere in un altro appartamento, e poi perché se non troverà presto un lavoro per provvedere a se stesso, anche l’eventuale riconoscimento di una protezione internazionale non servirà poi a granché. Ma nel frattempo avrà costruito una rete di amicizie e di relazioni disposte ad aiutarlo, a incoraggiarlo e, se necessario, a incazzarsi e a lottare insieme a lui per un’accoglienza istituzionale che sia all’altezza di quella intelligente e partecipe che i quattro ragazzi hanno saputo costruire dal basso.

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