Il mondo intorno a Nonantola

di Francesco Ciafaloni


IMG_3254Per il primo incontro di Anni in Fuga (il primo “passo”, come l’abbiamo chiamato) abbiamo chiesto a Francesco Ciafaloni qualche spunto sulla crisi dei rifugiati. E non poteva esserci persona più indicata e preziosa per questo “battesimo”.
Nato in Abruzzo nel 1937, Ciafaloni ha una biografia intellettuale molto libera e anomala. Laureato in ingegneria, ha lavorato all’Eni fino a pochi anni dopo l’assassinio del suo fondatore, Enrico Mattei. Dal 1970 al 1983 è stato redattore all’Einaudi. La sua partecipe curiosità l’ha portato a frequentare e interloquire con la parte più viva dei movimenti sociali e culturali di questi anni, soprattutto attraverso la collaborazione con riviste come “Quaderni piacentini”, “Linea d’ombra”, “Inchiesta” e oggi “Lo straniero”, “Gli asini”, “Una città” e “Sbilanciamoci!”.
Ha scritto, tra l’altro, Kant e i pastori (Linea d’ombra 1991), I diritti degli altri (Minimum Fax 1998), Il destino della classe operaia (Edizioni dell’Asino 2012), tutti consultabili alla scuola “Frisoun”, in piazza Liberazione 20, a Nonantola. L’immigrazione e il lavoro sono tra i temi di cui si è occupato più assiduamente, partecipando a iniziative di ricerca e di intervento sociale.
La sua intelligenza e libertà di sguardo sono pari alla sua appassionata generosità. Un maestro di passaggio a Nonantola. Ecco una sua sintesi dell’intervento. (Comitato Anni in fuga)

I profughi che sono arrivati a decine, centinaia di migliaia sulle isole greche dell’Egeo dalla vicinissima Turchia, che hanno provato a raggiungere la Germania attraverso i Balcani e sono ora bloccati dall’accordo tra la Turchia e l’Unione europea, come quelli che hanno raggiunto Lampedusa o le coste della penisola italiana dalla Libia, che sono morti a migliaia nel Mediterraneo, sono solo una piccola parte dei profughi che scappano dalla guerra e si rifugiano nel paese più vicino. I profughi della Siria fuggono in Turchia, in Libano, in Giordania. Quelli della Somalia in Kenya. Quelli del Rwanda in Uganda, in Congo. Sono ai confini degli stati in guerra che si formano campi profughi di centinaia di migliaia, a volte milioni, di persone.
E l’intero flusso dei profughi è solo una modesta parte del più ampio flusso migratorio di decine di milioni che si muovono per motivi economici, per raggiungere la famiglia, per conoscere il mondo, all’interno dell’Africa e dell’Asia o verso l’Europa e gli Stati Uniti. Gli esseri umani si muovono. Lo hanno fatto, e ancora lo fanno, gli italiani e gli europei. Lo fanno anche gli africani e gli asiatici.

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Per capire le cause delle migrazioni bisogna ricordare che i massacri prodotti dalle guerre, dalle guerre civili e da quelle per l’accaparramento delle risorse sono dello stesso ordine di grandezza delle stragi in Europa orientale e nel Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale: intorno a un milione di morti in Rwanda nel ’94; 400.000 in Congo subito dopo e 5 milioni nella guerra 1998-2003; un milione di morti in Angola dopo la partenza dei portoghesi; un milione e mezzo di morti nella guerra Iran-Iraq dell’inizio degli anni ’80; centinaia di migliaia, forse un milione, nelle guerre tuttora in corso in Iraq e Siria.
Non sono guerre locali. I miliziani delle opposte fazioni sono locali, come lo è la stragrande maggioranza dei morti, ma gli aerei, le armi, gli interessi, il comando sono delle grandi potenze di cui siamo alleati. Sono europei, italiani, anche molti dei medici e dei volontari che curano e aiutano. Bisogna scegliere da che parte stare.
Come si fa a distinguere i migranti economici dai profughi? I criteri esistono sulla carta. In pratica distinguere è quasi impossibile. Le istituzioni si sforzano. Le associazioni provano, se possono, ad aiutare tutti, anche perché se non si aiuta bisogna espellere e per espellere qualcuno c’è bisogno di sapere in maniera documentata non solo da dove viene (chi viene dalla Libia, chi viene dalla Turchia, quasi sempre ci arriva da paesi confinanti o remoti) ma di quale pese è cittadino. E il paese deve essere disposto a riprenderlo. Qualcuno può pensare che se non si sa dove mandarli si possono chiudere in campi di concentramento (qualche volta lo facciamo, in forma attenuata). Ma è una soluzione non solo poco umana ma senza futuro. Dai campi – ma forse nemmeno dai Cie – non si esce pacifici e integrati.

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Bisogna tener conto anche di un aspetto di medio periodo che può sembrare meschino, ma che è bene non trascurare. L’Italia, soprattutto meridionale, e l’Europa, soprattutto orientale e centrale, sono in declino demografico e in invecchiamento. Negli ultimi anni in Italia i morti hanno superato i nati di circa 150.000 unità. Il saldo naturale, cioè la differenza tra i nati e i morti, è negativo. Diciamo che l’Italia ha più di 60 milioni di abitanti. Vero. Ma si tratta dei residenti, non dei cittadini italiani. Gli stranieri residenti sono più di 5 milioni. I cittadini italiani residenti in Italia sono perciò poco più di 55 milioni; e sono più vecchi della media dei residenti, perché i migranti arrivano giovani e, anche per ragioni di età, fanno più figli. Al nord e al centro dell’Italia un neonato su quattro ha almeno un genitore straniero; uno su tre entrambi i genitori stranieri, e perciò, con le leggi attuali, non è cittadino italiano e, anche se fa tutte le scuole in Italia, solo alla maggiore età potrà fare, se vuole, domanda per la cittadinanza.
Bisogna aggiungere che, fino alla crisi, il tasso di attività e di occupazione (che ovviamente riguarda solo il lavoro regolare) degli stranieri era di dieci punti più alto di quello degli italiani. Con la crisi gli stranieri, più precari ed ultimi arrivati, hanno perso il lavoro regolare più degli italiani, ma hanno ancora qualche punto di vantaggio. Gli stranieri in sostanza danno un contributo più che proporzionale al loro numero alle pensioni attuali degli italiani. E avranno problemi burocratici ad incassare la pensione propria se non hanno cominciato a lavorare regolarmente subito e se cambiano paese, per tornare a quello di origine o si spostano in un altro. Sono loro che tengono in equilibrio l’Inps.

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