Che razza di ebreo sono io

Abbiamo collaborato con la Fondazione Villa Emma per organizzare, nell’ambito delle iniziative della giornata della memoria, un incontro sui temi dell’immigrazione, dell’esilio e dell’accoglienza. Per farlo abbiamo invitato Bruno Segre, un “grande vecchio” dell’ebraismo italiano, testimone diretto degli anni della persecuzione antiebraica e attivo da molti anni nel dialogo interreligioso e interculturale.

Il pretesto è la recente pubblicazione di un suo bellissimo libro-intervista – Che razza di ebreo sono io, Casagrande 2016 – che delinea un’autobiografia umana, intellettuale e politica davvero luminosa.

Tenteremo di confrontare con l’aiuto di Segre i profughi di ieri con quelli di oggi, di sottoporre alla sua esperienza e alla sua visione il lavoro di comunità che il Comitato anni in fuga sta tentando a Nonantola sul fronte dell’accoglienza a profughi e richiedenti asilo.

giorno_memoria

Bilanci e rilanci

vento

illustrazione di Fabian Negrin

Caro Comitato Anni in fuga,

i giorni si prestano a bilanci, consuntivi e possibili rilanci. Vorremmo aggiornarvi con un po’ di ironia e distacco sugli ultimi passi compiuti sul fronte dell’accoglienza (che parola sputtanata! Uno dei compiti che ci dovremmo dare è proprio quello di riempirla di nuovi e concreti significati) e invece sappiamo che scivoleremo nella seriosità e nell’enfasi da discorso di inizio anno. Portate pazienza e fate la tara della retorica inutile e tenete quello che vi sembra più concreto e necessario.

Dopo un anno e mezzo piuttosto intenso (fatto di numerosi e utili confronti con l’amministrazione, di incontri pubblici, cineforum, costruzione e consolidamento della rete cittadina, progettazione, informazione e sensibilizzazione) il lavoro del Comitato all’inizio di novembre ha subito una battuta d’arresto. In quei giorni infatti siamo venuti a sapere che la Provincia, insieme a molti comuni e unioni del territorio, ha deciso di partecipare a un bando Sprar per aumentare fino a 100 posti la sua portata di accoglienza a profughi e richiedenti asilo. La manifestazione di interesse pubblico con cui questa cordata (e quindi anche l’Unione del Sorbara e il Comune di Nonantola) ha deciso di selezionare l’ente che gestirà materialmente l’accoglienza, è scritta in modo tale che non solo taglia fuori completamente il contributo del Comitato Anni in fuga, ma va nella direzione opposta rispetto a quella che il percorso del Comitato e il confronto durato un anno e mezzo con l’amministrazione comunale hanno indicato come la strada migliore da perseguire: ovvero sperimentare forme di accoglienza che coinvolgano il più possibile il territorio e la comunità presso cui i profughi trascorreranno il tempo necessario a ottenere una risposta alla loro domanda d’asilo. È chiaro che il progetto della Provincia va ben oltre il raggio d’azione delle singole amministrazioni comunali che hanno deciso di aderire e della loro possibilità di orientarlo politicamente. La decisione di molti comuni della provincia, fra cui quello di Nonantola, di dare la disponibilità ad accogliere gruppi di profughi sul proprio territorio rimane una scelta apprezzabile e controcorrente (se paragonata alla resistenza della maggioranza dei comuni italiani). Ciò non toglie che la decisione dell’Unione del Sorbara e del Comune di Nonantola di aderire al progetto della Provincia e di aderirvi a quelle condizioni fa saltare l’obiettivo principale che il Comitato Anni in fuga si è dato: costruire un tavolo per scrivere a più mani, amministrazione pubblica e privato sociale, un progetto d’accoglienza che coinvolga tutte le forze vive del territorio.

Poche settimane dopo però la partita si è improvvisamente riaperta. Continua a leggere

Profughi e migranti

di Stefano Liberti

Giornali, televisione e social sono fra i principali responsabili della difficoltà di interazione e integrazione tra italiani e stranieri. Rincorrono e amplificano paure e stereotipi, alimentano senso comune e ansie irrazionali. Non approfondiscono, non aiutano a comprendere. Codificano un pensiero-massa che è diventato l’unico bacino da cui le persone traggono argomenti di discussione. Una discussione che diventa immediatamente lagna, livore, accuse generiche, astratte e non circostanziate alla politica. Il contrario insomma della “critica”.
Non cerchiamo quindi nei giornali, nella televisione e nei social informazioni o analisi utili al nostro lavoro culturale e di integrazione, ma solo sintomi e indizi che confermino o al contrario che mettano in crisi le idee che andiamo costruendo nel nostro lavoro territoriale. Come ad esempio questo breve intervento di Stefano Liberti uscito su Internazionale online del 27 settembre 2016, sintomo di una “narrazione” che finalmente inizia a problematizzarsi e quindi ad aderire un po’ di più alla realtà. Condizione necessaria per inventare e sperimentare pratiche di integrazione meno alienanti di quelle che abbiamo messo in piedi sinora. (Comitato “Anni in fuga”)

migrating-birds

Hanno ragione i sindaci di Milano e Bergamo, Beppe Sala e Giorgio Gori: occorre uscire dalla dinamica emergenziale e ripensare in toto il sistema di gestione dei flussi migratori. Il fenomeno è strutturale e non può più essere affrontato con gli strumenti del passato: come sottolineano entrambi i primi cittadini nelle loro lettere a Repubblica (si possono leggere qui e qui), da paese di transito siamo diventati paese di destinazione. Questo non perché l’Italia offra condizioni particolarmente allettanti, ma perché gli altri stati membri dell’Unione europea hanno di fatto chiuso le frontiere.

Nel 2016 sono sbarcati già più di 130mila migranti. L’anno scorso ne sono arrivati 153mila. Si tratta di cifre gestibili per un paese che ha 60 milioni di abitanti e 5 milioni di immigrati. Ma lo diventano meno se la stragrande maggioranza di queste persone sono inserite in un meccanismo d’accoglienza che fa acqua da tutte le parti e non presenta alcun crisma di funzionalità. Continua a leggere

L’accoglienza, una nuova frontiera

di Guido Viale

Giornali, televisione e social sono fra i principali responsabili della difficoltà di interazione e integrazione tra italiani e stranieri. Rincorrono e amplificano paure e stereotipi, alimentano senso comune e ansie irrazionali. Non approfondiscono, non aiutano a comprendere. Codificano un pensiero-massa che è diventato l’unico bacino da cui le persone traggono argomenti di discussione. Una discussione che diventa immediatamente lagna, livore, accuse generiche, astratte e non circostanziate alla politica. Il contrario insomma della “critica”.
Non cerchiamo quindi nei giornali, nella televisione e nei social informazioni o analisi utili al nostro lavoro culturale e di integrazione, ma solo sintomi e indizi che confermino o al contrario che mettano in crisi le idee che andiamo costruendo nel nostro lavoro territoriale. (Comitato “Anni in fuga”)

Di seguito alcuni passaggi di un intervento di Guido Viale (uscito sul Manifesto del 24 agosto 2016) che, come fa da tempo, usa i problemi dei profughi come “lente di ingrandimento” per vedere meglio i nostri problemi, le loro cause e le lotte che varrebbe la pena intraprendere per superarli. 

cena

illustrazione di Dadu Shin

[…] Impossibile cambiar rotta senza sovvertire la visione del mondo che mette al centro i totem della competitività e del merito, sostituendola, a tutti i livelli, con pratiche, progetti e rivendicazioni improntate a solidarietà e collaborazione. Ma da dove cominciare? Da ciò che sta al centro dello scontro politico, sociale e culturale di oggi, quello da cui dipende il destino dell’Europa: l’accoglienza. […]

Certo, tutta la miseri a del mondo non possiamo accoglierla: va distribuita equamente per combatterla ovunque. Ma un po’ ne possiamo accogliere. E molta di quella miseria è già qui. L’abbiamo creata noi, senza bisogno di importarla: nei ghetti urbani, con la disoccupazione e il precariato, coni working poor, con le nuove povertà, nell’abbandono dei giovani.

Dobbiamo forse respingere altrove anche questa? E dove? E come? Non è che milioni di cittadini europei sono disoccupati o emarginati perché il loro posto, o il loro welfare, o le loro case vengono dati ai profughi. Continua a leggere

Italiani e stranieri. Oltre il multiculturalismo

di Fabrizio Battistelli

Giornali, televisione e social sono fra i principali responsabili della difficoltà di interazione e integrazione tra italiani e stranieri. Rincorrono e amplificano paure e stereotipi, alimentano senso comune e ansie irrazionali. Non approfondiscono, non aiutano a comprendere. Codificano un pensiero-massa che è diventato l’unico bacino da cui le persone traggono argomenti di discussione. Una discussione che diventa immediatamente lagna, livore, accuse generiche, astratte e non circostanziate alla politica. Il contrario insomma della “critica”.
Non cerchiamo quindi nei giornali, nella televisione e nei social informazioni o analisi utili al nostro lavoro culturale e di integrazione, ma solo sintomi e indizi che confermino o al contrario che mettano in crisi le idee che andiamo costruendo nel nostro lavoro territoriale. (Comitato “Anni in fuga”) 

Di seguito alcuni passaggi di un intervento di Fabrizio Battistelli, sociologo alla Sapienza di Roma, uscito sull’Avvenire del 20 agosto 2016

 

gipi3

illustrazione di Gipi

[…] Passando invece alla realtà di tutti i giorni, e quindi all’applicazione pratica dei concetti alla situazione italiana di oggi, il secondo rischio è che il mondo dei diritti e della politica rimanga una cosa e il mondo delle relazioni tra le persone un’altra. Proprio questo mi sembra sia il punto richiamato da alcuni nello schieramento progressista, specie se hanno alle spalle un’esperienza di amministratori locali: il pericoloso scollamento dei grandi schieramenti politici e, in particolare, del centrosinistra dalla base sociale e l’ancora più minacciosa prospettiva che l’insicurezza economica e psicologica dei ceti popolari diventi terreno di coltura per demagoghi e xenofobi secondo una tendenza che si va purtroppo diffondendo in tutto l’Occidente. Se uno vive negli sterminati “non luoghi” che sono divenute le periferie delle nostre città, o se prende un mezzo pubblico e ci va, vede con propri occhi i sintomi di una crescente ostilità tra italiani e stranieri, tra penultimi e ultimi. Continua a leggere

Detriti

di Francesco Ciafaloni

fortezza1

Ci aspettano tempi difficili. Forse l’unica cosa che si può fare è arrivare (un po’ più) preparati. Il testo che segue, scritto sull’onda degli accadimenti violenti di cui hanno dato notizia i media in queste settimane è di Francesco Ciafaloni, che abbiamo invitato a Nonantola per il battesimo di Anni in fuga. Uscirà sul prossimo numero della rivista forlivese “Una città”. (Comitato Anni in fuga)

Dopo la strage di Nizza, come dopo tutte le stragi precedenti, accanto al lutto e al dolore, più che dovuti, emerge da molti commenti la tendenza a individuare un nemico assoluto, esterno, malvagio, potente, infiltrato tra noi, da punire, da distruggere. L’assassino di Nizza, mentre se ne conoscono solo il nome, i problemi personali e familiari, i precedenti penali, diventa l’esponente di una potenza ideologica e militare contro cui schierarsi in armi. Noi, innocenti come le innocenti vittime, noi, con i nostri valori – libertà, uguaglianza, fraternità, naturalmente – contro loro, i fanatici, i violenti, gli intolleranti: una guerra della tolleranza contro l’intolleranza, è stato scritto. Continua a leggere

Quale comunità

di Jack Vaccari

Le tracce sono segni lasciati sul terreno durante un viaggio. Per noi sono anche brevi schede utili a ripensare alle persone, ai libri e ai film incontrati durante il percorso di “Anni in fuga” e a uso di chi si sta occupando o si occuperà di temi simili ai nostri. Per chi fosse interessato a visionare i materiali del Comitato può farne richiesta scrivendo a anniinfuga@gmail.com (Comitato Anni in fuga)

Il ventoq

Una famiglia di francesi che migra in Italia, una storia ambientata in una terra chiamata Occitania… Considerando questi elementi de Il vento fa il suo giro (Italia, 2005), verrebbe da pensare a un film di fantascienza. Certo non si tratta di un fenomeno migratorio di massa e neanche di un fatto usuale quello di vedere francesi che vogliono trasferirsi nel Bel Paese, tuttavia l’episodio raccontato nel film è realistico e trae spunto da situazioni osservate da Fredo Valla, cosceneggiatore del film. Una volta di più abbiamo la conferma che la condizione di migrante e di straniero non appartiene a un’unica categoria di persone (povere, oppresse, vittime, esuli), ma anzi, è una sorte che potrebbe toccare a ognuno di noi. La sobrietà narrativa del regista, Giorgio Diritti e le interpretazioni degli attori, quasi tutti non professionisti e originari dei luoghi in cui è ambientato il film, conferiscono ulteriore realismo alla storia. Continua a leggere

Come stranieri

Lo straniero

La rivista più bella e libera di questi anni ha deciso di chiudere.
“Lo straniero”, 20 anni e 200 numeri, ha fatto quello che si proponeva di fare: descrivere il presente desiderando di cambiarlo; segnalare il meglio delle iniziative sociali e culturali e collegarle tra loro; raccontare pezzi di Italia o pezzi del nostro passato meno conosciuti ma capaci di mostrare cosa avremmo potuto essere, come potremmo ancora essere; scoprire, studiare e proporre opere e autori realmente necessari; connettere la ricerca del bello a quella del bene.
Ai suoi lettori la rivista ha chiesto di intervenire non principalmente polemizzando, denunciando, scrivendo o partecipando a un dibattito pubblico che negli anni di pubblicazione si faceva via via più mortifero e inutile, ma cercando di mettere alla prova dei fatti le idee di cui si discuteva sulla rivista.
Molte delle cose più appassionanti che mi è capitato di fare, delle persone più libere che ho incontrato, dei libri e dei film più belli che ho letto e visto li devo direttamente o indirettamente a “Lo straniero” e al suo direttore Goffredo Fofi.
Quando “Lo straniero” non ci sarà più, si tratterà di trovare altri modi di dare seguito al suo “programma”. Per quanto mi riguarda, spero di riuscire a fare la mia parte.
Luigi Monti

Fratellanza o barbarie. Interviste a Aki Kaurismäki

Aki5

Estrapolate da varie interviste rilasciate in occasione dell’uscita di Miracolo a Le Havre, nel 2011, le affermazioni di Kaurismaki che abbiamo montato di seguito sembrano quelle di un predicatore fanatico impegnato a insegnare al prossimo come gira il mondo e come renderlo migliore. Ma il regista finlandese è molto lontano dal voler moralizzare il pubblico attraverso i suoi film. E comunque è necessario fare la tara dell’ironia laconica e sorniona di cui Kaurismaki si arma tutte le volte che deve confrontarsi con la stampa, i giornalisti e i media.
Ciò non toglie che l’eccentricità, la libertà di stile, l’utopia stralunata di Miracolo a Le Havre qualcosa da insegnare ad “Anni in fuga” e a Nonantola ce l’hanno eccome.

Da cosa è nata l’idea del film?
Prima di tutto ho visto troppi notiziari sugli emigranti dall’Africa metà dei quali affogano nel viaggio, mentre l’altra metà che riesce ad arrivare viene subito arrestata. Vengono arrestati perché non hanno i documenti o se li hanno vengono rispediti indietro e mi sono stancato di ricevere questo tipo di notizie quindi ho pensato che potevo fare un umile film su questo.
Continua a leggere